Gianpaolo Grassi: la via italiana alla cannabis terapeutica impone una presa di responsabilità

04/07/2014 11:30

Gianpaolo-GrassiIl CRA-CIN, Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura – Centro di ricerca per le colture industriali è un ente nazionale di ricerca e sperimentazione con competenza nel settore agricolo, agroindustriale, ittico e forestale. La sede di Rovigo produce a fini di ricerca scientifica 6 varietà di cannabis medica a differenti contenuti di THC, CBD, CBG, THCV e CBDV. Abbiamo intervistato Gianpaolo Grassi (nella foto), il ricercatore italiano con la maggiore conoscenza sulle genetiche e sulle applicazioni della canapa industriale e medica.

Quali sono  gli effetti dell’attuale legislazione sulla cannabis terapeutica?
Il ministero della Salute ha demandato alle regioni la normativa sulle modalità di distribuzione dei farmaci cannabinoidi e dieci amministrazioni regionali hanno già deliberato in merito. Serve ora un regolamento attuativo condiviso, ma nessuno si assume serie responsabilità e si rimandano le decisioni creando commissioni fantasma che tentano di stabilire limiti di utilizzo, patologie ammesse e condizioni richieste al malato. Le ultime versioni della legge indicavano che anche il medico di famiglia può prescrivere farmaci cannabinoidi, ma non precisavano le modalità di reperimento dei farmaci.

E quindi come vengono forniti i farmaci ai pazienti?
Per i nostri amministratori la decisione che comporta meno assunzione di responsabilità consiste nell’acquistare sul mercato internazionale i farmaci Sativex e Bedrocan, con un costo che sale da 5 a 10 volte dal produttore al paziente. Potremmo invece produrre questi farmaci in Italia. Ma se i costi della sanità più importanti riguardano il ricovero di un malato, che costa alle regioni circa 800 euro al giorno, una terapia di cannabinoidi prodotti in Italia costerebbe 600 euro al mese. Pertanto il risparmio non viene considerato utile per offrire visibilità alle autorità locali. I malati di sclerosi multipla o con le tipologie di dolori che attualmente autorizzano in Italia la cura con cannabinoidi sono in numero limitato e pertanto i funzionari pubblici non sentono questo come un impegno imprescindibile. La ricaduta di immagine per le amministrazioni regionali non giustifica questa presa di responsabilità e la sofferenza dei malati non viene presa in considerazione.

Cosa propone il CRA-CIR?
Il nostro centro è in grado di produrre la materia prima in tutte le varietà necessarie e lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare potrebbe processarla fino al farmaco confezionato. Ho evidenziato l’opportunità a tutte le amministrazioni regionali e ho ricevuto un riscontro solo dalla Provincia di Bolzano. Per ora nessuna regione si impegna a rifornirsi da un nuovo produttore italiano. Attendiamo l’aggiornamento legislativo delle regioni ritardatarie e speriamo di raggiungere un coordinamento di obiettivi e risorse. Nel frattempo viene negato il diritto costituzionale di ricevere pari trattamenti sanitari attraverso tutte le regioni.

Per molti questo vuoto di responsabilità istituzionale legittima l’autoproduzione ed esperimenti come i cannabis social club.
In Italia i medici e le loro associazioni non accetteranno mai una terapia autoprescritta basata su principi attivi non certi nelle quantità e nei metodi di produzione e assunzione. Questo può essere comprensibile ma non giustifica la mancata presa di posizione nei confronti di un farmaco cannabinoide prodotto in strutture italiane pubbliche. La rinuncia alla cannabis terapeutica italiana sta privando i pazienti di una cura efficace e conveniente, ostacolando anche la ricerca e l’imprenditorialità in questo campo. Al contrario, le regioni preferiscono pagare a prezzi di mercato medicinali prodotti all’estero da società private.

Stefano Mariani

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