Cannabis e cervello: la “battaglia” degli studi pro e contro

19/03/2015 20:16

cervello cannabisUso di cannabis, psicosi ed effetti sul cervello: qual è la verità? Nonostante aumentino gli studi che cercano di indagare in modo scientifico l’uso di cannabis e gli effetti sul nostro cervello, le risposte delle ricerche spesso si contraddicono. Ne avevamo già parlato su queste pagine e torniamo a farlo alla luce di nuove evidenze scientifiche.

Nel 2014 i media mainstream non avevano perso tempo nel sottolineare uno studio della Northwestern University realizzato in collaborazione con il Massachusetts General Hospital e la Harvard Medical School, pubblicato sul The Journal of Neuroscience secondo il quale la cannabis poteva portare a dei cambiamenti strutturali nel cervello di chi la utilizzava. In America diverse associazioni hanno sottolineato come lo studio sia stato finanziato da vari “oppositori” della cannabis come l’Office of National Drug Control Policy (ONDCP). Ad ogni modo le tesi sostenute sono state smentite da una pubblicazione del 28 di gennaio 2015, sempre sul The Journal of Neuroscience, ad opera degli scienziati della University of Colorado Boulder e della University of Louisville, secondo i quali gli esiti del precedente studio non erano replicabili e quindi non scientifici. I partecipanti al nuovo studio, adulti e adolescenti, sono stati selezionati tra chi consuma cannabis quotidianamente e chi non ne fa uso, e analizzati tramite risonanza magnetica del cervello. Questa volta (a differenza della precedente) le persone che dichiaravano di fare uso di alcool (che può incidere sul cervello) sono stati esclusi dallo studio. I risultati sono stati chiari: “Non sono state trovate differenze significative tra chi consuma cannabis ogni giorno e non consumatori sul volume o la forma del cervello nelle regioni di interesse. Secondo i ricercatori: “In sintesi, i risultati indicano che, quando si controlla attentamente l’uso di alcool, sesso, età, e altre variabili, non vi è alcuna associazione tra l’uso di cannabis e il volume o la forma delle strutture sottocorticali”.

Che cosa dire allora degli studi che sostengono che fumare cannabis possa indurre a psicosi o causare un calo del quoziente intellettivo? Quello della Duke University in Oregon del 2012, che sosteneva che fumare cannabis abbassa il quoziente intellettivo, è stato messo in discussione dalla stessa rivista che aveva pubblicato lo studio originale per non aver controllato i fattori confondenti. Poi, nel mese di ottobre 2014, l’European College of Neuropsychopharmacology (ECNP) ha pubblicato durante il congresso annuale i risultati di un ampio studio che hanno mostrato, secondo gli autori, che “Non esiste nessuna correlazione tra un utilizzo moderato di cannabis in età adolescenziale e i risultati degli esami o sul loro quoziente intellettivo”. Per giungere a questa conclusione i ricercatori hanno analizzato 2.612 bambini, nati in Inghilterra tra il 1991 e il 1992, facendo loro diversi test sull’intelligenza all’età di 8 anni e poi di nuovo a 15. Alcuni, per diversi motivi, non sono stati ritenuti idonei, per cui il campione finale è di 2235 ragazzi. “Nessuna relazione fra utilizzo di cannabis e riduzione del QI all’età di 15 anni, tenendo in considerazione gli altri fattori di disturbo come l’uso di alcool, tabacco, educazione e rapporto con scuola e famiglia”, mentre chi ne faceva un uso pesante all’età di 15 anni “ha avuto performance peggiori negli esami fatti all’età di 16 anni del 3%”. Secondo Claire Mokrysz dell’University College di Londra, si tratta “di un messaggio potenzialmente importante per la salute pubblica perché pensare che la cannabis sia particolarmente dannosa può distrarre l’attenzione dagli effetti negativi di altri tipi di comportamenti o sostanze come alcol e sigarette”.

Sembrava dunque che fossimo giunti a dei risultati condivisi, anche per le parole del dottor Igor Grant, neuropsichiatra e direttore del Center for Medicinal Cannabis Research (CMCR) at the University of California, intervenuto il 14 febbraio ad un simposio organizzato dalla McGill University per il meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science. “Nonostante l’opinione diffusa che l’uso di cannabis sia legato a danni cerebrali, le analisi di studi approfonditi neurocognitivi non riescono a dimostrare la correlazione uso di cannabis e un declino cognitivo significativo. Le analisi cerebrali producono risultati variabili, e gli studi meglio organizzati mostrano risultati nulli”. Secondo il dottore è plausibile ipotizzare che l’utilizzo pesante di cannabis in bambini e adolescenti potrebbe compromettere lo sviluppo del cervello o predisporre a malattie mentali, anche se i dati utilizzati negli studi prospettici sono carenti.

Ma uno studio pubblicato su The Lancet il 18 febbraio sembra cambiare le carte in tavola. Subito riportato con titoloni a sei colonne sulla stampa inglese e poi nostrana, sostiene che una non meglio precisata “skunk like cannabis”, della quale viene detto solo che “è molto potente”, potrebbe addirittura triplicare il rischio di insorgenza di psicosi in chi la utilizza. In realtà nello studio in cui sono stati analizzati 410 casi di persone al primo episodio psicotico e 370 persone come gruppo di controllo provenienti dal sud di Londra, si dice una cosa diversa. Gli autori hanno fatto domande sia sulla frequenza di assunzione, sia sul tipo di sostanza usata. E così hanno scoperto che le persone che hanno fumato skunk ogni giorno avevano più probabilità di sviluppare psicosi rispetto a chi non ne fa uso. Al contrario, le persone che fumavano hashish tutti i giorni non avevano più probabilità di sviluppare psicosi rispetto alle persone che non hanno mai provato la cannabis. Questo significa che fumare cannabis con elevato contenuto di THC può causare psicosi? In realtà il titolone dei giornali viene dal fatto che gli studiosi, ammesso che la cannabis sia la causa dell’insorgenza della psicosi, hanno calcolato che il 24% dei casi presi in esame sarebbe stato evitato se non avessero consumato skunk. Gli autori hanno rettificato possibili fattori confondenti (come il fatto che le persone con psicosi avevano più probabilità di essere di sesso maschile e di essere giovani bianchi), ma ci potrebbero essere altri che non sono stati misurati. Un altro svantaggio degli studi di questo tipo è che deve essere valutato in modo retrospettivo, cosa che può portare a risultati distorti se avere psicosi può influenzare la propria capacità di giudizio.

Ad ogni modo è il primo studio che cerca di separare cannabis ad alto o medio contenuto di THC, del quale è stato dimostrato in studi randomizzati che possa indurre in esperienze psicotiche transitorie. Tuttavia, recenti studi hanno evidenziato che il cannabidiolo (CBD), potrebbe essere protettivo contro la psicosi. L’uso di Skunk o hashish erano “auto-riportati” dalle persone che si sono sottoposte ai test, quindi dobbiamo supporre che i partecipanti sapevano cosa stessero fumando, e possiamo solo immaginare i veri livelli di THC e CBD della cannabis usata. L’ideale sarebbe stato prendere dei campioni per valutare i livelli precisi di questi cannabinoidi, ma non è una cosa semplice negli studi di queste dimensioni. Come ha spiegato la ricercatrice Suzi Gage sul Guardian: “Questa nuova ricerca è un passo importante sulla strada per comprendere la natura dell’associazione tra cannabis e psicosi, ma ancora una volta le esagerazioni dei media rischiano di compromettere il messaggio che invece potrebbe essere utile. Proprio nello stesso modo in cui una pinta di birra di una serata rischia di avere un impatto sulla salute diverso a una pinta di vodka, lo stesso potrebbe essere vero per la Skunk rispetto ad un comune tipo di hashish”.

Redazione Cannabisterapeutica.info

Pubblicato su Dolce Vita n°57 – marzo/aprile 2015 ed integrato in seguito

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