L’estratto di cannabis è più efficace del singolo cannabinoide

29/03/2017 14:41

cannabis estrattoNegli ultimi tempi a livello scientifico e terapeutico è scoppiata la “Cbd mania“. Dopo che diversi studi scientifici hanno portato alla luce i numerosi effetti terapeutici del cannabinoide Cbd, si sono moltiplicati i prodotti che fanno di questo cannabinoide il loro ingrediente principale. Spesso si legge che è un cannabinoide non psicoattivo, e cioè che non causa il tipico effetto di “sballo” comunemente associato alla cannabis. L’affermazione è vera, ma riguarda anche tutti gli altri cannabinoidi (sono oltre 100 quelli ad oggi identificati), che non siano il Thc, unico cannabinoide tra quelli scoperti che ha appunto effetti psicoattivi.

E mentre si moltiplicano i prodotti a base di Cbd puro, dalle gomme da masticare al latte con aggiunta di Cbd, passando per ovuli vaginali, collirio e cerotti transdermici, sono diversi i ricercatori che spiegano che il singolo cannabinoide, quando isolato dal resto delle sostanze contenute dalla pianta, abbia minori effetti terapeutici e minor durata dell’effetto stesso.

La cannabis è infatti una pianta che al suo interno contiene più di 600 sostanze, tra le quali, oltre ai cannabinoidi, vale la pena ricordare i terpeni, i flavonoidi, gli alcoli e gli acidi grassi. Il risultato della combinazione fra tutte queste sostanze è chiamato effetto entourage, ed è dimostrato da numerosi studi scientifici che può modificare significativamente l’azione dei principali principi attivi, migliorandone l’azione e riducendo al minimo i possibili effetti collaterali. I primi studi risalgono al 1974, mentre le ricerche più recenti e accreditate sono dello studioso Ethan B. Russo. Alcuni terpeni ad esempio si legano con neurotrasmettitori come i recettori CB1 e CB2, influenzando diverse funzioni del nostro organismo e la sua risposta ad agenti esterni. Altri sembrano modificare la permeabilità delle cellule modulando, ad esempio, l’assimilazione del Thc. Altri ancora interagiscono con il rilascio di dopamina e serotonina.

Nel 2011 uno studio coordinato dal dottor Russo aveva analizzato le sinergie che si vengono a creare tra Thc e terpeni nell’ottica di massimizzare l’efficienza delle terapie a base di Cannabis. “L’incrocio selettivo di terpeni e cannabinoidi – si legge nello studio – è così diventato un obiettivo razionale che può portare a nuovi approcci per disturbi come la depressione resistente ai farmaci, l’ansia, la tossicodipendenza, la demenza ed una serie di disturbi dermatologici, così come per applicazioni industriali come pesticidi più sicuri e antisettici. Un futuro migliore attraverso la cannabis può essere un obiettivo raggiungibile attraverso ulteriori ricerche dell’effetto entourage di questa pianta versatile che può aiutare a rendere effettiva la promessa di questa pianta come “tesoro” farmacologico”.

Mentre secondo gli autori di uno studio pubblicato nel 2015 su Pharmacology and Pharmacy: “In netto contrasto con il CBD purificato, l’estratto clone 202 (una varietà di cannabis ricca di Cbd) ha fornito una chiara correlazione tra le risposte anti-infiammatorie e anti-nocicettive e la dose, con l’aumento delle risposte su dosi crescenti, il che rende questo medicinale la pianta ideale per usi clinici. L’estratto dal clone 202 ha ridotto il gonfiore ed il dolore nei topi, e impedito negli esperimenti in vivo la produzione di TNF (una sostanza infiammatoria, ndr). È probabile che altri componenti nell’estratto entrino in sinergia con il CBD per ottenere l’azione anti-infiammatoria desiderata e riteniamo pertanto l’estratto dal clone 202 superiore rispetto al CBD purificato per il trattamento di patologie infiammatorie”.

Mario Catania

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