La parabola del businessman John Stweart: dagli oppiacei alla cannabis

11/04/2017 16:13

cannabisDagli oppiacei alla cannabis il passaggio è breve. E non stiamo parlando delle raccomandazioni di dottori e studi scientifici che in America, per tamponare l’abuso di farmaci oppiacei che sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza, indicano nella cannabis un antidolorifico efficace e senza quei pesantissimi effetti collaterali che possono arrivare fino all’overdose ed alla morte.

Parliamo invece della parabola del businessman John Stewart, che è passato con disinvoltura dalla compagnia farmaceutica che produce l’OxyContin, uno degli oppiacei più abusati al mondo, a produrre cannabis terapeutica.

Negli Stati Uniti è stato stimato che 1,9 milioni di americani sono stati dipendenti da antidolorifici oppioidi nel 2014 con overdose accidentali causate dagli antidolorifici che sono quadruplicati tra il 1999 e il 2012. Nel 2014 le overdose sono state la principale causa di morte accidentale in America e su 10 overdose è stato calcolato che almeno 6 fossero causati da oppiacei.

John StewartSecondo uno studio del 2014 gli Stati americani che autorizzano l’uso di cannabis terapeutica, dopo aver emanato le leggi hanno avuto un tasso del 24,8% più basso riguardo alla mortalità annuale per overdose da analgesici oppiacei rispetto agli Stati in cui la cannabis terapeutica è ancora illegale.
Altre recenti ricerche della University of British Columbia suggeriscono la cannabis può essere utilizzata per trattare dipendenze da alcool e oppiacei.

Per far capire come in America sia diventata una battaglia culturale e molto diffusa nel Paese anche l’NFL, che impedisce ai giocatori di usare cannabis ma permette loro di fare un’iniezione di oppiacei prima dell’inizio di ogni incontro, sta studiando il modo di cambiare le regole. Insomma, se gli enormi interessi economici in ballo hanno contribuito a celare il problema per un po’, ora la gravità della situazione è sotto gli occhi di tutti, e i grandi player delle multinazionali farmaceutiche iniziano a correre ai ripari. E visto che il boicottaggio della cannabis durato oltre 80 anni gli si sta praticamente ritorcendo contro, la prima mossa esplicita per un businessman come Stewart è stata quella di fare il grande salto e passare con nonchalance dall’altra parte della barricata.

Nel 2013 aveva infatti lasciato la Purdue Pharma ed ora è il co-fondatore di Emblem, una compagnia dedita alla produzione di cannabis medicale con base ad Ontario, in Canada. E quindi, per ironia della sorte, la sua nuova azienda potrebbe contribuire a incrinare il business degli oppiacei per cui lavorava.

L’azienda è uno dei nuovi player del fiorente mercato della cannabis terapeutica canadese. Ha ricevuto la licenza per coltivare e vendere cannabis nel 2015 unendosi agli altri 35 concorrenti già presenti. Secondo gli investitori in totale il mercato dovrebbe garantire entrate per 100 milioni di dollari. Intanto in Canada è stato introdotto un nuovo regime per i pazienti che prevedeva l’obbligo di rifornirsi dai dispensari, ma la Corte Costituzionale ha bocciato il provvedimento consentendo ai pazienti autorizzati di continuare ad autocoltivare la cannabis.

Coltivatori come Aphria, Mettrum Health e Canopy Growth, attualmente il più grande produttore di cannabis medica del Canada, sono diventati protagonisti del mercato azionario.
Mentre nel mese di ottobre Shoppers Drug Mart, una delle principali catene di farmacie del Canada, ha chiesto di poter distribuire cannabis ai pazienti (per ora è consentito solo ai dispensari dedicati). Nel Paese si sta anche discutendo sull’opportunità di introdurre un disegno di legge durante la prossima primavera per legalizzare la cannabis a livello ricreativo.

Ad ogni modo nel mondo cannabico gli ex rappresentanti del mondo farmaceutico non vengono certo visti di buon occhio. “Nessuno mi dice in faccia: siamo terrorizzati dal fatto che Big Pharma venga qui a prendersi quest’industria, anche se lo sono”, ha detto Stewart alla Bbc sottolineando che: “In questo periodo, negli Stati Uniti in particolare, sono tutti contrari a qualsiasi iniziativa presa da Big Pharma”. Ma dice anche di incontrare molte persone che vedono come un’opportunità quella di portare capitali per la ricerca, migliorare i controlli qualitativi e sviluppare nuovi prodotti. “È grazie al lavoro di molti pionieri che hanno corso grossi rischi, anche legali, se oggi noi siamo a questo punto”.

Mario Catania

Pubblicato su Dolce Vita n°68, gennaio/febbraio 2017

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