PEA: l’endocannabinoide per combattere le infiammazioni e i danni al cervello

29/04/2017 12:15

PEA Palmitoiletanolamide Un endocannabinoide è al centro di due studi scientifici per le sue proprietà antinfiammatorie e per la sua potenzialità nel prevenire i danni al cervello eseguiti da un’equipe tutta italiana di ricercatori dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Gli endocannabinoidi sono sostanze simili ai fitocannabinoidi che si trovano all’interno della cannabis, che sono prodotte naturalmente da nostro corpo e si legano ai recettori dei cannabinoidi, attivandoli.

Si stratta del nostro sistema endocannabinoide: un complesso sistema endogeno di comunicazione tra cellule composto dai recettori, i loro ligandi endogeni (gli endocannabinoidi) e le proteine coinvolte nel metabolismo e nel trasporto degli endocannabinoidi stessi. In termini generali il sistema enndocannabinoide è coinvolto in molteplici processi fisiologici, tra i quali il controllo motorio, la memoria e l’apprendimento, la percezione del dolore e dello stress, la regolazione dell’equilibrio energetico, le risposte immunitarie e in comportamenti come l’assunzione di cibo.

In questi studi sono stati analizzate alcune proprietà della palmitoiletanolamide, o PEA un endocannabionide ampiamente utilizzato come antidolorifico in diversi farmaci, il cui meccanismo d’azione fu scoperto da Rita Levi Montalcini.

Nel primo studio, eseguito in vivo e quindi su cellule – in questo casi di animali ed umani – i ricercatori hanno testato le capacità antinfiammatorie della PEA che: “Ha dimostrato di esercitare azioni antinfiammatorie principalmente attraverso l’inibizione del rilascio di molecole infiammatorie da mastociti, monociti e macrofagi” portando i ricercatori a sottolineare che: “La PEA può essere studiata come uno strumento utile per prevenire e curare i sintomi associati alla neuroinfiammazione nei disturbi del sistema nervoso centrale“. E’ stato pubblicato a marzo su Scientific Reports, che fa parte della celebre rivista Nature.

In un altro studio ad opera dei ricercatori della stessa università napoletana, coordinati in entrambi casi dalla ricercatrice Francesca Guida, che oltre al Departimento di Medicina Sperimentale dell’Università Vanvitelli, lavora anche al gruppo di ricerca sui cannabinoidi all’Istituto di Chimica biomolecolare del CNR di Pozzuoli, il punto di partenza è che il trauma cranico rappresenta un problema per la salute pubblica ed è associato a disfunzioni cerebrali. Secondo gli autori dello studio pubblicato su Frontiers in Pharmacologies ed eseguito su topi, “oltre ai danni cerebrali minimi che può causare, un trauma cranico spesso porta a sintomi psicologici persistenti e debilitanti come ansia, deficit di memoria e nell’apprendimento e depressione”, sottolineando che “al momento non ci sono trattamenti efficaci”.
Nello studio i ricercatori hanno analizzato le disfunzioni neuropsichiatriche e sensoriali in seguito ad un trauma cranico nei topi attraverso il comportamento ed un approccio elettrofisiologico e biomolecolare. Hanno concluso che “La PEA ha ripristinato il fenotipo comportamentale e ha parzialmente normalizzato i cambiamenti biochimici e funzionali. I nostri risultati mostrano alcune delle modificazioni responsabili delle alterazioni comportamentali associate al trauma cranico e suggeriscono PEA come strumento farmacologico per migliorare la disfunzione neurologica indotta dal trauma”.

Mario Catania

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