L’attivazione dei recettori cannabinoidi per recuperare funzioni cognitive nell’Alzheimer

21/02/2018 12:36

L’attivazione cerebrale dei recettori CB2 in modelli animali ha l’effetto di far recuperare molte funzioni cognitive perse a causa del morbo di Alzheimer.

E’ il risultato di uno studio pubblicato sul Journal of Medicinal Chemistry nato da una collaborazione a 3: in Germania studiavano i lignaggi che potessero attivare il recettore, il ricercatore Ivan Nabissi dall’Università di Camerino faceva dei test di biologia molecolare e cellulare per confermare quelli più sensibili, e poi i risultati sono stati mandati all’Università di Montpellier dove hanno dei modelli animali in cui sviluppano l’Alzheimer e poi testano i farmaci per vedere se riprendono delle funzioni cognitive. “Uno dei test è quello di farli passare sulla piastra calda”, spiega Nabissi a cannabisterapeutica.info, sottolienando che: “In genere quando ha l’Alzheimer si dimentica il percorso in cui c’è questo ostacolo e ci passa sopra. Trattandoli con questi agonisti dei cannabinoidi riuscivano a recuperare la memoria a breve termine per percorrere la strada giusta”.

“E’ stata una collaborazione nata con il professor Michael Decker che è un chimico farmaceutico della Julius Maximilian University di Würzburg, in Germania, dove fanno sintesi di farmaci e sono interessati agli agonisti (sostanze che si legano al recettore, attivandolo, ndr) dei recettori dei cannabionidi. In questo caso parliamo del recettore CB2, lo stesso che viene attivato dal THC”.

I test hanno permesso di mostrare come l’attivazione cerebrale dei recettori CB2, con gli agonisti sintetizzati in Germania, faceva riprendere molte delle funzioni cognitive dell’animale che stava sviluppando o aveva sviluppato la patologia dell’Alzheimer.

E’ un lavoro che potrà avere una continuazione e diventare magari uno studio clinico?
Il professor Decker mi diceva che già alcune industrie sono interessate perché le grandi aziende farmaceutiche hanno abbandonato la ricerca sull’Alzheimer perché non ottenevano farmaci adeguati. In questo caso può essere interessante ed in futuro ci sarà la possibilità di testare estratti derivati dalla pianta. Io ho chiesto se fossero interessati ma in Germania e fRancia ci sono un po’ di restrizioni con richieste particolari.
Visto che però hanno fallito un sacco di farmaci che agivano su altri meccanismi, credo che sia una buona possibilità con un prodotto dalla tossicità molto bassa, intanto stiamo testando altri 6 agonisti.

La cannabis sembra essere molto promettente per questa patologia visto che ci sono già stati studi che identificano i cannabinoidi come sostanza adatta a prevenire l’insorgenza della malattia ed altri che indicano la carenza di endocannabinoidi come possibile causa…
Di studi pre-clinici ce ne sono diversi che sono interessanti. Ad ottobre 2017 è stata avanzata una richiesta negli Stati Uniti per uno studio clinico con il Dronabinol (THC sintetico, ndr), per studiare gli effetti del THC negli stati d’agitazione e ansia in circa 200 pazienti con Alzheimer. Sono lavori che spesso iniziano ad analizzare una sintomatologia come l’agitazione, per poi scoprire che vengono migliorate anche altre funzionalità.

Può quindi rappresentare una speranza per i pazienti?
Quando escono questo tipo di lavori, la loro diffusione può essere un supporto per i pazienti che magari possono andare da un medico con dei dati sugli esperimenti animali molto interessanti, fornendo supporto scientifico. Intanto il lavoro che ho seguito sul mieloma è andato a finire in Israele, quello su glioblastoma in Inghilterra, quindi io penso che prima o poi qualcuno comincerà a lavorare seriamente anche in questo campo.

Magari in Italia?
Non lo so. Ho provato ad interessarmi con dei clinici sulla possibilità di avviare degli studi con pazienti: non ho ricevuto risposte negative ma nemmeno positive. Fuori per adesso alcuni Stati sono abbastanza interessati.

Ma perché in Italia c’è così poca ricerca clinica sulla cannabis?
Per le patologie che studio io non mi pare che siano studi clinici in corso. In campo oncologico o neurodegenerativo non mi pare che nessuno abbia approvato a studi clinici. Non so quale possa essere il motivo, anche perché spesso dalle notizie dei vari ordini di medici e farmacisti si ribatte spesso che non ci sono dati sufficienti. Per alcune patologie tumorali o su modelli di patologie neurodegenerative, di lavori fino allo studio pre-clinico ce ne sono. Negli ultimi due anni sono usciti lavori sul tumore al seno, sul tumore al polmone, sul glioblastome, sul mieloma e sul melanoma: studi che sono andati dalle cellule fino agli animali in esperimento soddisfando le fasi necessarie. Non so perché non si vada oltre, anche perché sono dei dati pre-clinici pesanti.

Mario Catania

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