Cannabis e Mieloma Multiplo: da una ricerca italiana il primo studio clinico al mondo

22/04/2016 17:40

Da una ricerca italiana nascerà il primo studio clinico, e quindi eseguito su pazienti, per testare le potenzialità della cannabis nel trattamento del Mieloma Multiplo in combinazione con un farmaco già utilizzato. Lo studio è stato coordinato dal dottor Massimo Nabissi del gruppo di ricerca di Patologia Generale ed Immunologia dell’Università di Camerino e, visti i risultati incoraggianti, la OWCP (One World Cannabis Pharmaceutical), un’azienda farmaceutica biotech israelo-americana, ha deciso di avviare la prima sperimentazione al mondo con cannabinoidi su pazienti affetti da Mieloma Multiplo, in collaborazione con il Sheba Academic Medical Center.

“Dopo l’autorizzazione del Comitato Etico, sono stati reclutati i pazienti che hanno firmato il consenso informato – ha dichiarato il dottor Nabissi – ed abbiamo quindi iniziato la sperimentazione con lo scopo principale di verificare se il trattamento combinato di Cannabidiolo (CBD) con un farmaco attualmente utilizzato nella terapia del mieloma potesse dare un maggiore effetto citotossico in  cellule tumorali mielomatose e se l’utilizzo del CBD fosse in grado di ridurre la dose del chemioterapico”.

Il dottor Massimo Nabissi

Il dottor Massimo Nabissi

Il lavoro è stato pubblicato nel 2015 su “International Journal of Cancer”, prestigiosa rivista scientifica internazionale in ambito oncologico. Sulla base dei dati emersi in questa pubblicazione, la biotech OWCP ha deciso di iniziare il primo studio al mondo su pazienti affetti da mieloma multiplo, “Si tratta ovviamente di una grande soddisfazione – ha proseguito il dottor Nabissi – sia per noi che per l’intero Ateneo, dal momento che non tutti i lavori di ricerca in ambito sperimentale riescono a raggiungere un’applicazione clinica”.

In ambito scientifico sono stati realizzati diversi studi scientifici, in vitro e su cavie animali, sulle potenzialità anti-tumorali di diversi cannabinoidi. Per quello che riguarda invece gli studi clinici, e quindi eseguiti su pazienti, un primo studio pilota è stato effettuato nel 2006 sotto la guida del dottor Manuel Guzman nel quale nove pazienti terminali con glioblastoma multiforme sono stati trattati con iniezioni intracraniche e intratumorali di una soluzione contente THC al 96,5% più altri isomeri. Come ci ha raccontato il dottor Luigi Romano, “i risultati sono stati strabilianti: miglioramento di tutti i sintomi clinici quali disfasia, ipertensione craniale, emiparesi, cefalea e allucinazioni, deficit motori migliorati. Aspettativa di vita: la media dopo l’operazione è stata di 24 settimane, 2 dei pazienti sopravvissero per circa 1 anno, solo 1 paziente sembra non aver risposto al THC almeno sotto il profilo dell’aspettativa di vita. Fantascienza? No realtà, realtà che si può implementare solo con la ricerca”.

Sono in corso altri due studi clinici condotti dalla GW Pharmaceuticals sul Sativex, il farmaco prodotto dall’azienda a base di THC e CBD in rapporto 1:1, come trattamento aggiuntivo all’agente chemioterapico chiamato temozolomide, perché la ricerca pre-clinica dell’azienda suggerisce che i cannabinoidi possano migliorare la capacità anti-cancro di questo agente.

Mentre in Israele, probabilmente lo Stato al mondo in cui la ricerca sui cannabinoidi in medicina è più avanti in assoluto, è in corso il primo studio clinico, eseguito quindi su pazienti, per indagare il CBD (Cannabidiolo) come unico trattamento nei tumori solidi.

Noi abbiamo approfittato di questo successo italiano per intervistare il dottor Massimo Nabissi e la dottoressa Maria Beatrice Morelli, assegnista di ricerca presso la stessa università che ha seguito lo studio.

Qual è lo stato dell’arte della ricerca sui cannabinoidi nel trattamento del cancro?
Oramai lo studio dei cannabinoidi per le loro proprietà anti-cancerogene è una realtà nel senso che ci sono già due clinica trial sull’uomo con l’uso di cannabinoidi in aggiunta a farmaci. E’ assurdo che ci sia una mentalità così restrittiva su cannabis e cancro se si pensa che in Italia una famiglia su 5 ha in casa  benzodiazepine come Tavor e Xanax, tutti farmaci che danno forte dipendenza o se uno soffre di un qualche dolore può andare in farmacia a comprare un cerotto con dentro gli oppiacei, eppure non ho mai visto una campagna così proibizionista nei confronti di benzodiazepine o oppiacei.

Qual è il passo che manca al mondo scientifico, visto le evidenze scientifiche sempre più numerose, per organizzare studi massivi su pazienti?
Il passo sono proprio gli studi clinici di cui stiamo parlando. Per quello su glioblastoma sono attesi i dati per settembre 2016, per il Mieloma usciranno entro un anno. Quando si parla di terapia, la sostituzione di una terapia viene fatta o perché aumenta la sopravvivenza totale o perché aumenta il periodo libero di malattia e allora il nuovo farmaco va a sostituire il precedente. Io penso che per quest’anno i dati della GW dovrebbero avere un certo clamore, mentre quello sul Mieloma parte ora.
Per il resto io sono stato ad un congresso sui cannabinoidi a Dublino 4 anni fa e c’era il professor Mechoulam, colui che per primo ha isolato il THC. Lui mi diceva che è assurdo il fatto che dei cannabinoidi si conosca la struttura dagli anni ’50, ci siano un centinaio di lavori in ambito oncologico, e ancora ci sia titubanza nel suo utilizzo. Lui faceva l’esempio della penicillina spiegando che, appena avevano visto che uccideva i batteri, senza nemmeno fare uno studio clinico è entrata subito in terapia.
Ufficialmente non esiste un motivo per cui non si possa testare la cannabis, e infatti in Israele, ma anche in America, Inghilterra, Germania e Spagna stanno avviando degli studi sperimentali, effettuati quindi su un gruppo ristretto di pazienti. Quindi i limiti all’utilizzo terapeutico della cannabis in ambito oncologico sono solo quelli di aspettare i risultati dei clinica trial. Per il resto per l’anoressia, alcune forme di glaucoma, dolore cronico e altre patologie, i cannabinoidi sono già considerati con un’efficacia di tipo “A”, si sa che funzionano.

E come mai non si è potuto organizzare in Italia uno studio clinico di questo tipo?
Noi ci abbiamo provato. Abbiamo lavorato con il professor Leoni dell’Ematologia di Ancona che ci ha spiegato come, nonostante la sua disponibilità, ci volesse un anno per il comitato etico e un altro anno per l’autorizzazione regionale; quindi ti passa la voglia ancora prima di iniziare.
Tutti i clinical trial organizzati in Italia sono legati a farmaci dell’industria farmaceutica che paga la gestione del paziente. In Italia come in tutte le cose si partirà in ritardo quando altri avranno trovato gli effetti terapeutici.

Come si può fare un passo in avanti anche in Italia?
Secondo noi le strade sono due: continuare a parlarne in maniera seria e scientifica e sensibilizzare le persone. La difficoltà nell’avanzamento terapeutico è dato principalmente dal fatto che appena si inizia a parlare di cannabinoidi subito vengono associati ad una dipendenza o all’uso ricreativo. Ma allora non capisco perché nessuno faccia una campagna contro i cerotti all’oppio, contro le benzodiazepine ecc… La morfina è considerata una droga ma non per questo non viene prescritta come farmaco. Comunque qualcosa si sta muovendo, per esempio qui da noi a gennaio c’è stato un seminario per farmacisti che partiva dalla farmacologia dei cannabinoidi per poi parlare di applicazione terapia, dosaggi stabiliti dall’AIFA. Quindi sono parametri che conosciamo già, l’unica cosa è decidere quale sono le terapie di applicazione. Se la si utilizza come terapia tardiva non ha senso, se la si utilizza prima invece si può comparare l’effetto che ha rispetto ai farmaci attualmente in uso.

E come vede il futuro dei cannabionoidi nei diversi tipi di tumore?
A settembre la GW rilascerà i risultati dello studio e saranno sicuramente seri. A quel punto i dati scientifici potranno avere un’amplificazione mondiale che potrebbe dar vita a sperimentazioni su un numero maggiore di persone. Perché sul tumore al polmone, alla mammella, alcuni dati sul pancreas, i nostri e quelli spagnoli di Guzman sul tumore cerebrale, i nostri su Mieloma, ora stanno testando i cannabinoidi per il melanoma a livello cutaneo, di studi pre-clinici ce ne sono un centinaio e clinici attualmente due in corso; se questi sbloccano la situazione ed hanno una certa rilevanza credo sia difficile tornare indietro.

Può essere un problema di lobbies farmaceutiche che faticano ad avere grossi guadagni dai derivati della cannabis?
Sì però il problema è che negli studi clinici attuali la si sta usando in combinazione e quindi senza escludere il farmaco tradizionale. Quindi in questi casi non vedo questo problema perché il farmaco lo venderebbero lo stesso.

Mechoulam diceva negli anni ’80 che se la cannabis fosse stata prescritta liberamente sarebbero spariti immediatamente dal mercato il 20/30% dei farmaci allora in uso…
Molti farmaci sicuramente sparirebbero, come alcune benzodiazepine ed alcuni antidolorifici che sicuramente uscirebbero dal mercato. Se si va a vedere il bugiardino di alcuni di questi farmaci e guardi gli effetti collaterali sono sconvolgenti con rischi enormi eppure sono presenti in molte famiglie italiane, magari nell’armadietto dei genitori o dei nonni e se provate a nasconderlo, vedete cosa succede. Se parliamo di dipendenza troppi farmaci dovrebbero uscire dal mercato.

Mario Catania

 

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