SICaM: dal DNA della cannabis alle nuove analisi genetiche per determinarne il sesso

Il DNA, con la sua doppia elica, è il è il depositario delle informazioni di ciascun organismo. E nonostante l’aumento degli studi e della ricerca scientifica su questa pianta e suoi suoi derivati, la genetica alla base delle peculiari proprietà della cannabis non è ancora totalmente nota.

Come raccontano Nicola Iannotti, biologo molecolare che si occupa di sequenziamento del DNA e tecniche di biologia molecolare e Claudio Cucini, Laureando magistrale in biologia molecolare e cellulare dell’Università di Siena, che collaborano con la SICaM, “una delle grandi domande che non trovano risposta da queste prime analisi riguarda proprio la genetica alla base della produzione dei due principali cannabinoidi: THC e CBD“.

Il DNA della cannabis

Una risposta è arrivata quest’anno, dai ricercatori dell’Università di Toronto che hanno pubblicato uno studio su Genome Research. Secondo Iannotti e Cucini, “i ricercatori hanno sfruttato gli ultimi grandi avanzamenti tecnologici nel campo della genomica per risolvere la struttura del DNA della cannabis.

Per affrontare il problema gli scienziati hanno analizzato un ibrido tra una varietà ad alto contenuto di THC (Purple Kush) ed una ad alto contenuto di CBD (Finola). Questo studio rivela che i geni per la produzione di THC e CBD sono geni indipendenti e vicini, ma la regione genetica in cui si trovano ha una struttura molto particolare in cui la ricombinazione è minima”.

Non solo, perché gli scienziati canadesi sono riusciti a trovare il gene che codifica l’enzima necessario per la produzione del Cannabicromene (CBC). “Questo è il terzo cannabinoide quantitativamente prodotto dalla pianta e pare possa avere effetti sullo sviluppo cerebrale, nella gestione del dolore ed abbia effetti antinfiammatori, ma privo di effetti psicoattivi. Conoscere la posizione e la sequenza di questo gene è un avanzamento di rilievo per la nostra conoscenza della canapa e permetterà di facilitare gli studi degli effetti del CBC sulla fisiologia umana”.

L’analisi genetica della cannabis

Intanto in Italia, alcuni ricercatori dell’Università degli Studi di Siena, in collaborazione proprio con la SICaM, sono già al lavoro per lo studio di nuove analisi genetiche che permetteranno di facilitare la selezione delle piante sulla base dei cannabinoidi della canapa in fase giovanile. Questo permetterà di riconoscere le varietà delle piante più adatte da far crescere per la produzione propria e selezionarle già durante i primi giorni di sviluppo.

Da cui infatti è nato il progetto sulle analisi genetiche dell’associazione. Si tratta di un test “user friendly e accessibile, per determinare il sesso delle piante di cannabis settimane prima che compaiano i primi caratteri sessuali visibili. Così sarà possibile rimuovere i maschi dalle colture prima e più facilmente, risparmiando elettricità, acqua, spazio e tempo di lavoro”.

Il procedimento prevede di “estrarre il DNA da una piccola porzione di germoglio, e amplificare le copie dei geni in grado di discriminare il sesso. In seguito, sarà possibile visualizzare, usando particolari sostanze chimiche, i risultati. Sembra commesso, ma in realtà è molto semplice: “è necessaria una foglia (o parte di essa) della pianta.

Il coltivatore dovrà raccoglierla all’interno di provette sterili fornite dalla ditta e spedire il campione al mittente. L’azienda provvederà ad estrarre il DNA dalla porzione della pianta fornita ed eseguirà l’esperimento di amplificazione del DNA. Alla fine della procedura, verrà comunicato al cliente quali delle sue piante sono femmine e quali maschio”.

Secondo la SICaM: “Lo screening delle piante tramite la tecnica PCR permette ai coltivatori di gestire colture più efficienti evitando di sprecare risorse su piante che non hanno i caratteri più desiderabili in base al caso. Un’organizzazione del genere consente di tagliare la spesa elettrica e di irrigazione, canalizzando luce e acqua sulle giuste piante.

Si può inoltre massimizzare lo spazio disponibile, metri quadri recuperati eliminando i maschi e gli esemplari meno adatti; o risparmiare sui costi della manodopera tagliando i tempi necessari a riconoscere il sesso per dedicarli ad attività produttive più utili”.

Con un obiettivo futuro, quello di arrivare a determinare anticipatamente se la genetica della pianta permetterà l’espressione di alti livelli di THC o di CBD.

Redazione di cannabisterapeutica.info

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