L’uso della cannabis medica nella malattia di Alzheimer

Settembre 21 2021 | Studi scientifici

La malattia di Alzheimer è la forma più comune di “demenza senile” e può contribuire al 60-70% dei casi, interessa fino al 5% della popolazione sopra i 65 anni, fino a raggiungere il 30% negli over 80. In Italia, si stimano circa 500mila ammalati, 50 milioni nel mondo e 10 milioni di nuove diagnosi ogni anno.

Che cos’è la malattia di Alzheimer?

La malattia colpisce la memoria e le funzioni cognitive, si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare, ma può causare anche altri problemi fra cui stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale. Spesso ha un inizio subdolo: le persone cominciano a dimenticare alcune cose, per arrivare al punto in cui non riescono più a riconoscere nemmeno i familiari e hanno bisogno di aiuto anche per le attività quotidiane più semplici.

La malattia di Alzheimer è caratterizzata da placche neuritiche extracellulari costituite da depositi del peptide βamiloide (βA). Le conseguenze di questa degenerazione nervosa sono la progressiva perdita di memoria a breve termine e di molteplici abilità intellettive. La presenza in eccesso di Aβ richiama una iperattivazione delle cellule microgliali – il sistema immunitario del sistema nervoso centrale – stimolando una massiccia produzione da parte di queste ultime di radicali liberi dell’ossigeno (ROS) e di altre sostanze che, se da un lato svolgono un ruolo fondamentale, dall’altro svolgono un’azione fortemente neurotossica, responsabile della neurodegenerazione.

Alzheimer: a che punto è la ricerca?

Recentemente la scienza farmacologica ha individuato la Aβ come target, per la cura della malattia di Alzheimer. Sono diverse le molecole in corso di sviluppo per distruggere la Aβ, ma molte di queste presentano effetti collaterali che ne controindicano l’uso. Il grande valore della cannabis è di essere ricca di sostanze capaci di distruggere questa proteina così tossica, con effetti collaterali assenti o molto contenuti. Il THC riesce a disgregare gli agglomerati legandosi a Aβ determinandone la rottura, i cui residui vengono eliminati dalla cellula deputate ai meccanismi di difesa.

Oggi, purtroppo, non esistono farmaci in grado di fermare e far regredire la malattia e tutti i trattamenti disponibili puntano a contenerne i sintomi. Per alcuni pazienti, in cui la malattia è in uno stadio lieve o moderato, farmaci come Tacrina, Donepezil, Rivastigmina e Galantamina possono aiutare a limitare l’aggravarsi dei sintomi per alcuni mesi. Questi principi attivi funzionano come inibitori dell’acetilcolinesterasi, un enzima che distrugge l’acetilcolina, il neurotrasmettitore carente nel cervello dei malati di Alzheimer.

Alzheimer: un aiuto dalla cannabis

La cannabis può essere d’aiuto per la sua azione sulle microglia e sullo stress ossidativo, soprattutto risulta importante l’azione dei cannabinoidi sui recettori CB2 presenti sulle cellule microgliali. Sono infatti note le interazioni, sia come agonisti sia come antagonisti, sui recettori del Sistema Endocannabinoide umano, CB1 e CB2, sui recettori serotoninergici 5HT1A e 5HT3 e sui recettori vanilloidi, in particolare TRPV1.

Grazie a questa capacità di legame, il THC e il CBD hanno mostrato numerose proprietà terapeutiche nel trattamento di alcune malattie neurodegenerative, in particolare nella malattia di Alzheimer.

Osservando gli attuali dati presenti in letteratura (2010, 2014, 2016), i risultati più consistenti riguardano l’azione neuro protettiva e antiossidante sia di CBD che di THC che potrebbero rappresentare una vera e propria risorsa terapeutica per limitare l’estensione e la gravità dei danni neuronali tipici delle malattie neurodegenerative.

Gli effetti del THC e del CBD

In particolare, il CBD svolge azione immunomodulante e antiossidante grazie alla sua capacità di legare le specie reattive dell’ossigeno (ROS). Abbassa i livelli di stress ossidativo nel tessuto nervoso e rallenta l’attivazione delle cellule della microglia riducendo eventi infiammatori locali, ha inoltre, effetti neuro protettivi attraverso l’incremento del potere antiossidante e la riduzione della sintesi delle citochine infiammatorie, migliorando quindi, la sopravvivenza neuronale. Il THC ha azione neuroprotettiva in particolare verso la rete neuronale dell’ippocampo, promuovendo la neurogenesi nell’ippocampo stesso, oltre ad un’evidente riduzione della sintesi del peptide beta-amiloide.

Nella nostra esperienza, sono i caregiver a riferire un miglioramento della sintomatologia in termini di agitazione, (appare più sereno, più facile da gestire, meno sofferente), sonno e in ultima analisi di qualità di vita. Per tale motivo, la cannabis andrebbe assunta già nelle prime fasi della malattia perché agisce riducendo il processo neurodegenerativo. Nelle fasi più avanzate della malattia ha comunque un ruolo importante poiché, oltre a ridurre la formazione di proteina Aβ ha un’azione riducente l’ansia, la paura, migliora l’appetito, toglie il dolore, facilita il sonno.

Dott.ssa Stefania Fossati – Direttrice sanitaria di Clinn e specialista in Oncologia e Psicoterapia,  www.clinn.it