Per il Consiglio superiore della sanità la cannabis “non è un farmaco ” e “serve sperimentazione”

Un parere destinato a far discutere e che ha lasciato allibiti diversi esperti di settore. Secondo il Consiglio Superiore della sanità infatti la cannabis non può essere considerata un medicinale. Il motivo è che “non è stata sottoposta ai controlli dell’Ema o dell’Aifa e non può quindi considerarsi una cura”. Non solo perché, secondo il parere, che è stato emesso dalla V sezione del Consiglio superiore di sanità, “non ci sono sufficienti studi e trial che hanno testato le reali capacità antidolorifiche” e quindi “occorre una sperimentazione”.

Secondo il ministero della Salute farmaco e medicinale si possono usare come sinonimi intendendo “ogni sostanza o associazione di sostanze presentata come avente proprietà curative o profilattiche delle malattie umane” e “ogni sostanza o associazione di sostanze che possa essere utilizzata sull’uomo o somministrata all’uomo allo scopo di ripristinare, correggere o modificare funzioni fisiologiche, esercitando un’azione farmacologica, immunologica o metabolica, ovvero di stabilire una diagnosi medica”. Una categoria nella quale la cannabis, per i suoi effetti testimoniati da centinaia di studi scientifici, dovrebbe rientrare a pieno.

Innanzitutto bisogna ricordare che di recente l’OMS ha completato una storica revisione chiedendo di rimuoverla dalle tabelle delle sostanze pericolose, emettendo raccomandazioni scientifiche sul valore terapeutico e sui possibili effetti collaterali. E’ stato un passaggio storico che riconosce chiaramente le applicazioni mediche di cannabis e cannabinoidi, e di fatto li reintegra nella farmacopea, sul quale le Nazioni Unite saranno chiamate a votare il prossimo anno.

Gli studi sul dolore raccontati da due medici

Lascia abbastanza stupiti poi che il parere si concentri sulle capacità antidolorifiche della cannabis, che sono state validate da decine e decine di studi scientifici e da diverse revisioni che ne hanno comprovato l’efficacia. Nel 2015 il dottor Lynch ha effettuato una revisione sistematica degli studi su cannabis e dolore. Ne aveva fatta un’altra nel 2011 ma l’aumento di studi ed evidenze scientifiche l’ha portato a tornare sull’argomento. E’ stata pubblicata sul Journal of Neuroimmune Pharmacology e nell’abstract si può leggere che: “Una revisione sistematica aggiornata di studi randomizzati e controllati che hanno esaminato i cannabinoidi nel trattamento del dolore cronico non oncologico è stata condotta in accordo con le linee guida PRISMA per la revisione sistematica dei risultati sanitari. Undici studi pubblicati dopo la nostra ultima revisione hanno soddisfatto i criteri di inclusione. La qualità delle prove era eccellente. Sette degli studi hanno dimostrato un significativo effetto analgesico. Diversi studi hanno anche dimostrato un miglioramento negli esiti secondari (ad es. sonno, rigidità muscolare e spasticità)”.

Secondo il dottor Francesco Crestani, anestesista ed esperto nella terapia del dolore, oltre che di cannabis in medicina di cui si occupa da diversi anni, “basta rispondere con il rapporto ufficiale della National Academy of Sciences americana del 2017, che è un rapporto ufficiale di 400 pagine sugli effetti della cannabis in cui si dice che: ‘ci sono prove consistenti che la cannabis è un trattamento efficace nel dolore dei pazienti adulti’. E’ stato creato dai maggiori esperti mondiali del settore, tra i quali anche l’italiano Daniele Piomelli che è anche direttore della rivista Cannabis and Cannabinoid Research”.

Un’opinione condivisa anche dal dottor Marco Bertolotto, primario del reparto di cure palliative dell’ospedale di Albenga e Pietra Ligure, che negli anni ha seguito più di 2mila pazienti, di cui molti affetti proprio da dolore cronico. “Il punto di partenza è il report della National Academy of Sciences americana, che sosteneva che ci sono abbastanza evidenze scientifiche per dire che la cannabis è efficace nel trattare il dolore cronico, sia di origine neuropatica che infiammatoria. Poi è pieno di letteratura scientifica, basta andare su Pubmed e cercare cannabis e dolore cronico: escono centinaia di studi. I trial clinici, e quindi studi in doppio cieco randomizzati, attualmente non si possono fare. Per fare un trial clinico bisogna usare cannabis e placebo, quindi serve che lo stato permetta al medico di avere una scorta di cannabis per fare lo studio e a quel punto non si deve più fare la prescrizione e quindi bisognerebbe cambiare la legge. Altro discorso è che potrebbero anche essere utili, ma sul dolore c’è talmente tanta letteratura scientifica e casi clinici che mi viene da pensare che chi ha scritto il parere non è competente in materia, oltre a non aver letto gli studi scientifici e non aver esperienza clinica sul tema, e probabilmente è un parere che farà sorridere l’accademia scientifica internazionale, posto che in Italia abbiamo i maggiori ricercatori del mondo sul sistema endocannabinoide”.

Cannabis, farmaci e autorizzazioni

Secondo Crestani è vero che rispetto ad altri farmaci le conoscenze sono minori ma “sulla cannabis è un cane che si morde la coda perché gli studi su altri farmaci hanno spesso degli interessi che spingono a fare ricerca, visto che in media per i diversi studi fino alla messa in commercio un’azienda spende intorno a 1 miliardo e 200 milioni di dollari, ma nessuno è interessato a farlo sulla cannabis che una pianta che non si può brevettare“. Dall’altro lato ci sono farmaci in commercio che hanno avuto una linea preferenziale. “Uno studio pubblicato anni fa, dopo aver preso in considerazioni 200 prodotti ammessi dalla FDA, aveva scoperto che il 40% di queste approvazioni era basata su un singolo studio clinico randomizzato, quindi, per altri tipi di farmaci, può bastare un solo studio clinico, per la cannabis siamo sempre a sottolineare il fatto che gli studi siano pochi“. Inoltre secondo Crestani: “Sapendo che nel nostro organismo esiste il sistema endocannabioinde, che è presente in quasi tutti gli organi e la cui importanza cresce sempre di più, accanto al fatto che i componenti della cannabis agiscono su questo sistema, secondo me ne fa una pianta medicinale“. Dall’altro lato, “ben vengano altri studi. Se saranno forniti dei fondi per poterli effettuare, ne beneficeranno tutti”.

A tutto questo aggiungiamo che uno dei pochi provvedimenti del ministro della Salute in tema cannabis è stato un decreto che permette di prescriverla per tutti i tipi di dolore.

L’utilizzo della cannabis terapeutica continua

Intanto, da quello che riferisce l’AdnKronos, Giuseppe Remuzzi, presidente della sezione V del Consiglio superiore di sanità –  che è quella che ha emanato il parere – nonché direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, si è detto disponibile ad una sperimentazione: “Non possiamo considerarla la ‘panacea’ senza verifiche serie e accurate. Credo che la sperimentazione sia una cosa buona per tutti”.

Non possiamo non notare che proprio il professor Remuzzi, nefrologo di fama internazionale, era stato l’autore dell’articolo pubblicato sul Corriere della Sera nello scorso aprile, in cui si confondevano gli edible – i prodotti alimentari venduti in America con diversi livelli di THC – con i prodotti derivati dal seme della canapa industriale, che, senza principio attivo ma con un alto valore nutraceutico, vengono ormai venduti in tutta Italia.

Intanto è arrivata la risposta del ministro della Salute Grillo: “Voglio tranquillizzare i pazienti in trattamento e le associazioni che tutelano i soggetti in terapia del dolore, il parere non contiene prescrizioni negative, pertanto non sarà bloccato l’utilizzo terapeutico della cannabis e continuerà a essere assicurato ai sensi della normativa vigente. Valuterò con le direzioni tecniche e i soggetti interessati l’opportunità di recepire quanto indicato nel parere dal Css sulla necessità di avviare una sperimentazione clinica a maggior tutela dei malati. I pazienti sanno bene che mi sono impegnata personalmente per aumentare le scorte di cannabis ad uso medico, incrementando le importazioni dall’Olanda e raddoppiando la produzione di cannabis dello Stabilimento chimico-farmaceutico militare di Firenze, e proprio nei prossimi giorni insieme al ministero della Difesa e al Mipaaf finalizzeremo l’accordo per migliorare ancora il processo produttivo e garantire l’approvvigionamento ai malati”.

Mario Catania

 

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