Il ruolo cruciale dell’anandamide nel PTSD e “nell’estinzione della paura”

“Si tratta di una scoperta altamente tecnica, ma importante. È il primo studio di questo tipo a dimostrare che l’abbassamento dei livelli di anandamide ha conseguenze negative sul comportamento emotivo“.

Zoe Sigman di Leafly, già direttrice di programma di Project CBD, e che ha collaborato alla regolamentazione del CBD con l’FDA, è convinta che: “Comprendere il ruolo dell’anandamide ci dà una maggiore comprensione del perché la cannabis, con la sua capacità di imitare gli effetti dell’anandamide, potrebbe aiutare i pazienti affetti da PTSD (il disturbo da stress post traumatico, ndr)” e addirittura arrivare a “spiegare perché il PTSD si sviluppa: quei cervelli non producono abbastanza anandamide per rimanere in equilibrio emotivo”.

Si tratta di un importante passo in avanti nella comprensione di meccanismi alla base del funzionamento della nostra mente, che potrebbe avere risvolti positivi sulla salute di migliaia e migliaia di persone, comprese quelle che svilupperanno questo disturbo in seguito alla pandemia, ai lutti e alle restrizioni delle libertà che tutti abbiamo vissuto. Ma come si è arrivati a questa scoperta?

Il punto di partenza è che, come esseri umani, se ricordassimo e mantenessimo con noi il ricordo di ogni singolo istante di paura che abbiamo provato, non saremmo in grado di funzionare e che quindi, il meccanismo che prende il nome di “estinzione della paura”, è fondamentale. Nel PTSD succede proprio questo: viene compromesso il processo che aiuta il nostro cervello a dimenticare gli eventi traumatici.

Endocannabinoidi e benessere

Secondo un recente studio dell’Università di Leiden pubblicato su Nature Chemical Biology un ruolo chiave in questo meccanismo viene giocato proprio da un endocannabinoide, il primo che è stato scoperto dal professor Raphael Mechoulam, al quale, insieme al suo team, diede il nome di Anandamide, dalla parola sanscrita felicità, perché pensavano di aver scoperto la molecola della beatitudine (leggi QUI la nostra intervista al professor Mechoulam). Gli endocannabinoidi sono parte integrante del nostro Sistema Endocannabinoide, composto appunto da queste sostanze e da recettori, sparsi in tutto il corpo, che interagiscono con esse e anche con le molecole prodotte dalla cannabis.

Anandamide che è alla base di diversi processi fisiologici del nostro corpo, uno dei quali è la sensazione di benessere, che gli sportivi conoscono bene, in seguito ad una intensa fatica. Un effetto appunto di “beatitudine” che però dura poco, perché, come ricorda la Sigman, “è co-sviluppata con l’idrolasi ammidica degli acidi grassi (FAAH), un enzima che scompone l’anandamide” e che quindi ne riduce gli effetti nel tempo. “C’è una notevole mole di lavoro che dimostra che la riduzione dell’espressione FAAH fa durare più a lungo ogni sorta di effetti di benessere. L’anandamide ci fa sentire bene facendo scattare il centro di ricompensa del nostro cervello, e più a lungo rimane in giro, più a lungo ci sentiamo bene”.

Meno anandamide, più stress e paura

E quindi il team di ricercatori ha ribaltato il paradigma: hanno ridotto la produzione di anandamide per capire che effetti potesse avere. E così hanno scoperto che i topi con minore produzione di anandamide erano molto più stressati – con livelli più alti di cortisolo – rispetto ai topi normali e subivano gli effetti della paura per molto più tempo rispetto ai topi normali. Bisogna sottolineare che il composto utilizzato per lo studio non è mirato specificamente all’anandamide, ma sopprime anche altri endocannabinoidi (come OEA e PEA), anche se i ricercatori ritengono che i risultati siano dovuti più che altro alla minore produzione di anandamide.

Infine i ricercatori fanno notare come il composto, chiamato LEI-401, abbia attivato l’asse cervello-intestino e “compromesso l’estinzione della paura, emulando così l’effetto di un antagonista del recettore CB1 dei cannabinoidi”.

Insomma è uno studio che, come ricordato dalla Sigman, ci aiuta a ” comprendere il ruolo dell’anandamide ci dà una maggiore comprensione del perché la cannabis, con la sua capacità di imitare gli effetti dell’anandamide, potrebbe aiutare i pazienti affetti da PTSD”. Oppure potrebbe valere la pena, come sottolineato proprio da Mechoulam, iniziare direttamente delle sperimentazioni con l’anandamide che, essendo un composto prodotto dal nostro corpo, non dovrebbe dare alcun effetto collaterale.

Mario Catania

 

 

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