Coronavirus: un’azienda canadese chiede di poter fare uno studio clinico con la cannabis

Aprile 5 2020 | Eventi e iniziative, Iniziative / Progetti, News

“Non stiamo suggerendo con le attuali conoscenze della cannabis medica che si tratti di prevenzione, trattamento o cura per COVID-19 o coronavirus. Tuttavia, i cannabinoidi hanno proprietà immunomodulatorie naturali che richiedono assolutamente un’indagine rapida data l’attuale pandemia globale COVID-19″. Sono le parole del dottor Mohan Cooray, presidente di Cannalogue, azienda che ha di recente chiesto al ministero della Salute canadese la possibilità di iniziare uno studio clinico su pazienti affetti da COVID-19 per testare le potenzialità antinfiammatorie della cannabis.

Se la richiesta sarà approvata da Health Canada, Cannalogue arruolerà i pazienti nello studio di ricerca per determinare se la cannabis medica può ridurre i sintomi causati dal COVID-19 o da qualsiasi ceppo mutante di coronavirus.

Gli specialisti di Cannalogue ritengono che i principi attivi medici della pianta di cannabis potrebbero potenzialmente potenziare il sistema immunitario per ridurre la gravità dei sintomi della COVID-19.

“I recettori dei cannabinoidi si trovano naturalmente sulle cellule immunitarie del corpo. Se stimolati prima di un’infezione, possono attenuare la risposta infiammatoria che segue, che è un fattore chiave nella gravità dei sintomi osservati nei pazienti”, dice il dottor Cooray. “Questo sembra essere un meccanismo d’azione comune per le attuali terapie in corso di studio per gli studi di ricerca COVID-19. Se non possiamo appiattire la curva, allora dobbiamo concentrarci sulla riduzione del numero di decessi”, dice.

Un’idea simile a quella che in Italia era stata lanciata dal dottor Carlo Privitera pochi giorni fa. “Quando ci infettiamo con il virus, lui entra nelle cellule e le danneggia e si crea una prima risposta infiammatoria. Dopodiché i pazienti in cui si complica la situazione vanno in rianimazione per la risposta infiammatoria esagerata scatenata dal virus e questo è un meccanismo in cui la cannabis va ad agire come immunomodulatore. La cannabis in quest’ottica, così come è già stato dimostrato nel trattamento di polmoniti dovute ad altri agenti virali che danno quadri patologici simili, ha dimostrato di poter migliorare i risultati clinici migliorando la risposta infiammatoria. Da medico penso che quantomeno la prova si debba fare, uno degli articoli da citare è uscito su Cell a gennaio 2020 e spiega che i meccanismi biologici e molecolari che si verificano nella sepsi, sono dovuti, oltre che alla presenza dell’agente patogeno, anche e soprattutto dalla reazione infiammatoria che è causa di stress progressivo di organi e apparati. Scriverò al ministro della Salute e nel caso di un riscontro positivo mi muoverò per cercare i capitali necessari”, aveva infatti raccontato nei giorni scorsi a Fanpage.it. 

E intanto in Canada, dove la cannabis è stata dichiarata un servizio essenziale per i pazienti così come è accaduto in USA, il ministro della Salute ha chiesto alle aziende che producono cannabis di mettere a disposizione i propri laboratori per analizzare il virus. L’ha riferito l’agenzia Bloomberg, spiegando che: “In una e-mail inviata ai dirigenti dell’industria della cannabis su licenza, la direttrice generale ad interim di Health Canada, Joanne Garrah, ha chiesto se c’erano laboratori disponibili per assistere il paese con i test COVID-19”.

Redazione di Cannabisterapeutica.info

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