Le potenzialità della cannabis contro il cancro sono note da quasi 50 anni

Ottobre 27 2020 | cancro, Studi scientifici

La cannabis a livello medico viene utilizzata da anni per combattere i sintomi del cancro. Aiuta i pazienti in vari modi, dalla gestione di vomito e nausea all’inappetenza, passando per il dolore che la cannabis mitiga senza dare i pesanti effetti collaterali degli oppiacei.

Sono diversi ormai gli studi scientifici clinici che analizzano la cannabis utilizzata insieme a trattamenti tradizionali come chemio e radioterapia in diversi tipi di cancro (QUI uno studio clinico sul glioblastoma, QUI uno su cancro al pancreas su cavie animali), mostrando i benefici che permettono la riduzioni delle dosi di questi trattamenti, ottenendo risultati migliori di quelli standard per qualità di vita e di sopravvivenza.

Cannabis allo IEO: “Risultati eccezionali e benefici globali”

“L’utilizzo della cannabis terapeutica nell’ambito delle cure palliative e in particolare nei pazienti oncologici è un argomento che sta incontrando sempre più riscontro e sempre più utilizzo nella pratica clinica”.

È la visione del dottor Vittorio Guardamagna, direttore dell’Unità di Cure Palliative e Terapia del Dolore dello IEO, l’Istituto europeo di oncologia di Milano, e componente del comitato etico della fondazione Veronesi. “Stiamo parlando di un mondo in cui il farmaco può produrre effetti benefici per il paziente sia dal punto di vista del controllo del dolore, ma anche su una serie di sintomi che il paziente oncologico in fase avanzata presenta, come l’insonnia, l’agitazione, la perdita d’appetito, che vanno ad impattare gravemente sulla qualità della vita”. Secondo l’opinione del dottore “ci troviamo di fronte a un farmaco che non definirei panacea, ma quasi, nel senso che il beneficio sulla qualità della vita e globale”.

“I risultati sono eccezionali“, continua il dottore sottolineando che: “abbiamo un’ottima risposta sugli aspetti clinici dei pazienti: non abbiamo ancora incominciato le sperimentazioni sull’azione dei cannabinoidi direttamente sulla malattia oncologica, ma su tutto quello che dalla diagnosi, durante le cure e nella fase avanzata la cannabis può produrre positivamente sul paziente. Avere un ottimo supporto preparato con un farmaco che è molto sicuro e quasi esente da effetti collaterali, permette di ottimizzare le cure come radio e chemioterapia”.

Le potenzialità della cannabis contro il cancro sono note da quasi 50 anni

Oltre che per trattare i sintomi del cancro e ridurre gli effetti collaterali delle terapie tradizionali, la cannabis è studiata anche per le sue potenzialità nel combattere direttamente diversi tipi di tumore; ci sono ormai un centinaio di studi su cellule e cavie animali che dimostrano come diversi cannabinoidi inneschino vari meccanismi che uccidono le cellule tumorali senza danneggiare quelle sane. Quello che manca, come mi ha raccontato Manuel Guzman, pioniere della ricerca in questo settore, sono gli studi clinici che testino queste potenzialità sui pazienti.

Come ho scritto nel mio libro “Cannabis. Il futuro è verde canapa“, una data che fa da spartiacque in questo genere di studi è il febbraio del 2000, quando un team di ricercatori guidato proprio da Manuel Guzman, dimostrò che il THC era stato in grado di eliminare il tumore incurabile al cervello in cavie da laboratorio. Lo studio fu pubblicato successivamente dalla rivista Nature.

In pochi sanno però che sono quasi 50 anni che si ha notizia di queste potenzialità. Era il 1974 quando i ricercatori del Medical College of Virginia, che era stato finanziato dal National Institute of Health per trovare le prove che la cannabis causasse il cancro, scoprirono invece che il THC aveva rallentato la crescita di tre tipi di cancro nei topi (al polmone, al seno e nella leucemia indotta da virus), “rallentando la crescita dei tumori e prolungando le loro vite del 36%”. I risultati furono pubblicati l’anno successivo sul Journal of The National Cancer Institute. Nonostante questo, il governo americano non rese pubblici i risultati e si rifiutò di proseguire le ricerche.

I lavori scientifici dei dieci anni successivi sono invece riassunti nella review “Cannabinoid for cancer treatment: progress and promise” pubblicata nel 2008. Nell’abstract viene sintetizzato in modo chiaro che: “I cannabinoidi sono una classe di composti farmacologici che offrono potenziali applicazioni come farmaci antitumorali, basati sulla capacità di alcuni componenti di questa classe di limitare l’infiammazione, la proliferazione e la sopravvivenza cellulare. In particolare, prove emergenti suggeriscono che gli agonisti dei recettori dei cannabinoidi espressi dalle cellule tumorali possono offrire una nuova strategia per curare il cancro”. Un’altra importante review su questo tipo di studi è stata pubblicata nel 2012 su Nature Reviews Cancer.

Massimo Nabissi è un ricercatore dell’Università di Camerino che lavora da tempo su questa tematica con studi e pubblicazioni su questi meccanismi. “Oramai lo studio dei cannabinoidi per le loro proprietà anti-cancerogene è una realtà, ed è assurdo che ci sia una mentalità così restrittiva: sul tumore al polmone, alla mammella, alcuni dati sul pancreas, sul tumore cerebrale e sul mieloma, di studi pre-clinici ce ne sono almeno un centinaio, sempre più dettagliati: quello che manca è la ricerca clinica eseguita sui pazienti. Con una mole di lavori preclinici così ampia”, continua Nabissi, “non si capisce perché non vengano autorizzati i primi studi clinici. Bisognerebbe prendere le evidenze interessanti, fare un ultimo lavoro preclinico con dei parametri, in modo che, se i risultati sono buoni, si possa passare alla ricerca clinica con delle linee guida decise a priori”. L’auspicio per il futuro dunque è che “si raccolgano i dati dei vari pazienti oncologici che sono trattati con cannabis in Italia e si creino dei clinical report che raccolgano un numero maggiore di pazienti affetti dalla stessa patologie e trattati allo stesso modo, per poi riportare i risultati, in modo da avere un protocollo da seguire”.

Mario Catania