L’ONU riconosce ufficialmente le proprietà mediche della cannabis

Dicembre 2 2020 | Legislazione ed economia

Un passo in avanti storico sulla cannabis sancito dall’ONU, che poteva essere fatto con più coraggio, ma che segna comunque un punto di non ritorno: la cannabis non sarà più compresa nelle tabelle internazionali delle droghe più pericolose.

Cosa è successo nella votazione ONU sulla cannabis a Vienna

È stata infatti approvata solo una delle 6 raccomandazioni che l’OMS aveva fatto in tema cannabis, la prima, che prevedeva che la pianta e gli estratti derivati fossero eliminati dalla tabella IV, quella delle sostanze pericolose ad alta tossicità potenziale e con un basso o nullo potere terapeutico. Significa il pieno riconoscimento delle proprietà mediche della cannabis e il fatto che d’ora in avanti, a livello internazionale, sarà considerata come un normale farmaco stupefacente, alla stregua degli oppiacei, senza più le ulteriori restrizioni che derivavano dalla precedente classificazione.

Le altre 5 raccomandazioni sulla cannabis votate all’ONU (che il che il dronabinol (THC sintetico) fosse aggiunto alla tabella I della Convenzione unica del 1961, la cancellazione del dronabinol dalla Convenzione sugli stupefacenti del 1971, che il THC fosse aggiunto alla tabella I della Convenzione unica del 1961, la cancellazione del THC dalla Convenzione sugli stupefacenti del 1971, la cancellazione di estratti e tinture dalla tabella I della convezione unica del 1961 e infine che i preparati contenenti prevalentemente CBD e non più dello 0,2% di THC non fossero sotto controllo internazionale”, non sono state approvate. Attenzione: non sono state ratificate, ma sono comunque espressione della massima autorità mondiale in fatto di sanità.

Nonostante fosse abbastanza prevedibile, stupisce la non approvazione dell’ultimo punto perché era appena stato ribadito dalla Corte di Giustizia europea che il CBD non è uno stupefacente. Anche perché è un cannabinoide sempre più utilizzato in medicina, nel mondo del welness in generale e in cosemtica, e nelle decine di studi clinici fatti non ha mai rivelato avere dei veri e propri effetti collaterali. Ma sappiamo che dietro a questo cannabinoide si celano soprattutto grandi interessi economici e quindi si vedrà. Forse, se nel quesito non si fosse parlato di THC, ma si fosse limitato a sancire la non psicoattivittà del CBD, la decisione sarebbe stata diversa. E su questo punto resta da vedere cosa deciderà di fare il nostro governo, che ha sospeso il decreto senza più comunicare nulla.

Un riconoscimento di pari passo con le politiche sulla cannabis terapeutica

Se in generale la non approvazione di ben 5 punti su 6 per qualcuno questa rappresenta una sconfitta, per noi non è così, rappresenta comunque un enorme passo avanti per la cannabis e il riconoscimento del suo valore medico. Dall’altro lato era probabilmente il minimo indispensabile, nel senso che, nella pratica, è il riconoscimento di politiche che diversi paesi del mondo portano avanti da anni. Pensiamo alla cannabis medica legale in diversi paesi europei – in Italia è prescrivibile dal 2013 –  in 33 stati americani e in paesi del Sudamerica, e anche a stati che, pur nella rigida Asia, l’hanno resa legale come ad esempio la Tailandia.

Ed è un risultato che non va sottostimato, un primo passo importante che cancella, dopo 60 anni, le bugie antiscientifiche che le erano state cucite addosso. Certo, se si guardasse solo ai risultati della ricerca medica, la cannabis dovrebbe essere libera e legale già da un po’, ma è una questione in cui scontrano interessi economici e politici e la votazione dei 53 stati membri di oggi l’ha dimostrato per l’ennesima volta.

Cosa cambierà con la riclassificazione della cannabis dell’ONU?

Intanto è un cambiamento che faciliterà la ricerca scientifica e il proseguimento degli studi su sclerosi multipla, Parkinson, Alzheimer e patologie neurodegenrative, epilessia, dolore, cancro, patologie gastrointestinali, quelle psichiche e tutte le altre sulle quali si stanno concentrando gli scienziati. Fino ad ora, la ricerca medica con la cannabis era possibile in modo molto limitato, in quanto l’inclusione nella tabella IV ha agito come un freno a causa delle restrizioni e dell’incertezza legale dovuta ai diversi criteri applicati in ogni paese.

Altra cosa che, a caldo, possiamo dire, come sottolineato ieri dal dottor Ternelli nella diretta di Fuoriluogo che ha seguito la votazione, “potrebbe cambiare qualcosa nella distribuzione, nel senso del reperimento della materia prima”. In sostanza, essendo ormai un medicinale nella gestione burocratica, potrebbero ad esempio aumentare i paesi dai quali approvvigionarsi.

Non solo, perché, aggiungiamo noi, dovrebbe diventare più semplice per il ministero della Salute e l’AIFA rilasciare delle licenze ai privati per poter aumentare la produzione nazionale di cannabis, ferma a circa 150 chili a fronte id un fabbisogno di oltre 2 tonnellate. Una problematica che “tamponiamo” con le importazioni ma che si ripercuote sulla salute dei pazienti e sulla qualità della cura da anni e anni.

Mario Catania

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