Nuova classe di cannabinoidi scoperta da ricercatori italiani: ecco il THCH e il CBDH

Gennaio 29 2021 | Studi scientifici

L’hanno fatto di nuovo: un gruppo di ricercatori italiani ha scoperto una nuova classe di cannabinoidi, regalando in tempo per Natale alla comunità internazionale la nuova pubblicazione su Scientific Reports, che fa parte del network di Nature.

Un orgoglio tutto italiano a partire dal gruppo di studio, passando per la varietà di cannabis utilizzata, la FM2, fino al finanziamento pubblico che ha permesso la ricerca. La coppia d’oro – senza nulla togliere agli altri bravissimi ricercatori che hanno partecipato – composta da Giuseppe Cannazza, ricercatore presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e Livio Luongo, professore associato presso l’Università Luigi Vanvitelli di Napoli, si è dunque ripetuta mostrando ancora una volta il potenziale italiano nella ricerca sulla cannabis.

Il punto centrale è che per capire fino in fondo le implicazioni mediche di questa pianta, serve svelarne appieno la composizione chimica, che può permetterci di comprenderne il vero potenziale terapeutico. E in questo senso i due ricercatori si completano, essendo Cannazza un chimico, che identifica quindi i nuovi composti, mentre Luongo è un farmacologo, che ne analizza il potenziale terapeutico. Non che di ricerca non ne sia già stata fatta: in confronto ad esempio a sostanze che sono state ammesse dall’FDA o dall’EMA, gli enti regolatori per i farmaci negli Stati Uniti e in Europa, dopo pochi studi scientifici, sulla cannabis ad oggi si contano più di 35mila studi scientifici pubblicati su riviste accreditate. E il 2020, in questo senso, è stato un anno da record.

La complessità della cannabis che la rende una piccola industria di principi attivi

Ma la cannabis è diversa da qualsiasi pianta studiata fino ad oggi: se nella maggior parte dei casi, infatti, da una pianta si estrae un singolo principio attivo che viene studiato e poi in genere commercializzato in diverse forme (oli, gel, capsule, etc), la pianta più bistrattata della storia ne contiene più di 600, che interagiscono tra loro e variano a seconda della genetica. Ed è solo oggi che la ricerca inizia a fare luce su meccanismi e molecole fino ad oggi sconosciute.

Se da una parte il lavoro di questi ricercatori sta facendo chiarezza su punti fondamentali per la medicina cannabica di domani, ignorati fino ad oggi, dall’altra la possibilità di capire meglio quali principi attivi contenga, si traduce nella possibilità di usare determinate varietà per determinate patologie. Tanto che il professor Cannazza ha definito la cannabis come “una piccola industria che possiamo dirigere verso patologie specifiche, a seconda della composizione”.

Le molecole scoperte l’anno scorso hanno infatti un grande potenziale farmacologico, perché si hanno dimostrato un grande potenziale nel trattamento del dolore acuto: la molecola THCP, in particolare, ha dimostrato un’attività farmacologica superiore a quella del THC, anche di 30 volte.

Le potenzialità della nuova classe di cannabinoidi: THCH e CBDH

I ricercatori stanno andando avanti a trovare gli omologhi dei cannabinoidi più conosciuti, THC e CBD. Quelli appena scoperti prendono il nome di Cannabidiexolo (CBDH) e Tetraidrocannabiexolo (THCH), sui quali Luongo sottolinea che: “Hanno evidenziato innanzitutto il fatto che alzando la concentrazione aumenta l’effetto analgesico. Ora bisognerà indagarle ulteriormente, sperimentandole in problematiche importanti come il dolore cronico e neuropatico, nell’isolamento sociale, per non parlare poi di altre patologie come quelle del tratto gastro-intestinale, disturbi del sonno etc”, partendo dal fatto che “ogni farmacologo ha la sua expertise in un determinato campo di ricerca”.

Il problema è che in Italia la ricerca libera, e quindi finanziata a livello statale, è molto più mirata al lato pratico e applicativo. “I fondi”, sottolinea Luongo, “dovrebbero essere pubblici, e non privati, perché i ricercatori in questo modo sono liberi. Liberi di fare ricerca di base che magari non ha un ritorno economico immediato, e poi la bellezza di fare una scoperta e di condividerla, pubblicandola immediatamente, cosa che non sarebbe stata possibile con un’azienda alle spalle. È il bello di poterla donare a tutti quanti, che è un po’ il senso stesso del fare ricerca, facendo progredire la scienza a livello globale”.

E il fatto che questo studio sia stato effettuato grazie a fondi pubblici, è il motivo per il quale la ricerca è stata subito resa pubblica, “per dare la possibilità, come ha fatto il ‘papà’ della ricerca sulla cannabis Rapahel Mechoulam e poi insigni ricercatori come Vincenzo Di Marzo, Daniele Piomelli o Benjamin Cravatt, di aprire dei filoni per poter studiare dei nuovi composti”.

Sul futuro della ricerca sulla cannabis Cannazza è chiaro: “La grande sfida è la correlazione tra la composizione chimica e la farmacologia: sarebbe uno studio fondamentale da svolgere in associazione con i farmacologi”.

E ci aspettiamo grandi novità.

In chiusura, riteniamo doveroso citare tutti gli autori di questo studio: Pasquale Linciano, Cinzia Citti, Fabiana Russo, Francesco Tolomeo, Aldo Laganà, Anna Laura Capriotti, Livio Luongo, Monica Iannotta, Carmela Belardo, Sabatino Maione, Flavio Forni, Maria Angela Vandelli, Giuseppe Gigli e Giuseppe Cannazza.

Mario Catania