Il potenziale del CBD contro il cancro grazie all’azione sui geni chiave

Luglio 30 2021 | cancro, Studi scientifici

Tra i pazienti oncologici che seguono trattamenti con cannabidiolo si registra una risposta positiva. Ecco lo studio, condotto da un team di scienziati internazionali, che dimostra il potenziale del CBD contro il cancro grazie all’azione sui geni chiave.

Il CBD contro il cancro: le ricerche

Le proprietà antitumorali del cannabidiolo negli ultimi anni sono state dimostrate su diversi tipi di tumore. Secondo recenti studi, infatti, il CBD da una parte può essere usato per sensibilizzare le cellule tumorali alla chemioterapia e dall’altra inibisce il rilascio di alcune strutture delle cellule tumorali (esosomi e microvescicole) che non solo sono coinvolte nella comunicazione intercellulare attraverso il trasferimento di proteine e materiale genetico, ma sono anche resistenti agli agenti chemioterapici e in grado di favorire il cancro.

Non solo, nell’articolo pubblicato sulla rivista Cell Death & Disease, che fa parte del network di Nature, i ricercatori hanno inoltre dimostrato come le linee cellulari derivate da una forma molto aggressiva di leucemia (la leucemia linfoblastica acuta a linfociti T) siano altamente sensibili al trattamento con CBD. Questo avviene in particolare grazie all’azione del cannabidiolo sui mitocondri — che spesso svolgono un ruolo chiave nella riprogrammazione oncogenica — che, alterando e sovraccaricando la loro capacità di gestire il calcio, porta alla loro morte cellulare.

Alla luce di queste scoperte è nata nella comunità scientifica la necessità di trovare nuove strategie terapeutiche partendo proprio dai cannabinoidi e del cannabidiolo. È in questo contesto che si inserisce lo studio sui geni chiave.

CBD, cancro e geni chiave: lo studio

Nonostante il CBD venga ampiamente utilizzato a livello medico internazionale, anche per l’automedicazione dei malati di cancro, e le terapie a base di cannabidiolo siano in fase di valutazione clinica per il trattamento specifico contro il tumore, i suoi meccanismi d’azione sono ancora poco noti e hanno bisogno di ulteriori studi e approfondimenti per essere compresi appieno.

È da questa considerazione che è nato lo studio intitolato “Cannabidiol Treatment Results in a Common Gene Expression Response Across Aggressive Cancer Cells from Various Origins” e pubblicato online nell’aprile 2021. Lo studio, inoltre, è stato costruito sulla base delle ricerche precedenti che avevano già riportato come il cannabidiolo, un cannabinoide non psicoattivo, fosse in grado di sottoregolare l’azione dell’inibitore del gene pro-metastatico del legame 1 del DNA (ID1) nelle cellule tumorali, portando così all’inibizione della progressione del tumore.

Durante questo studio, i ricercatori, utilizzando per la convalida l’analisi microarray — che permette di esaminare simultaneamente la presenza di differenti geni all’interno di un campione di DNA — e l’analisi Western blot — tecnica che permette, mediante il riconoscimento da parte di anticorpi specifici, di identificare una specifica proteina in una miscela di proteine — hanno tentato di identificare l’intero spettro di geni regolati dal CBD attraverso varie linee cellulari tumorali aggressive, tra cui seno, cervello, testa, collo e prostata.

I risultati dello studio

I risultati dello studio potrebbero essere rivoluzionari. I ricercatori, infatti, hanno confermato che il CBD è in grado non solo di inibire il gene FOXM1 (Forkhead box M1), un attivatore trascrizionale coinvolto nella proliferazione cellulare e noto proto-oncogeno che potenzialmente indirizza le cellule verso l’evoluzione tumorale, ma anche di sovraregolare il fattore di differenziazione della crescita 15, il GDF15, una citochina associata alla differenziazione dei tessuti e che regola i processi infiammatori.

“I nostri risultati suggeriscono che, attraverso la modulazione dell’espressione di geni chiave condivisi e legati allo sviluppo e alla proliferazione del cancro, il CBD potrebbe rappresentare una promettente terapia non tossica per il trattamento di tumori di varia origine”, spiegano i ricercatori.

Martina Sgorlon