Nuove potenzialità della cannabis nel trattamento delle malattie autoimmuni

Nuove potenzialità della cannabis nel trattamento delle malattie autoimmuni

I cannabinoidi possono curare malattie attraverso la loro azione di modifica dei geni? E' la domanda dalla quale sono partiti alcuni recenti studi scientifici che indagano l'ennesimo campo d'azione dei cannabinoidi in medicina.

Gli scienziati stanno cercando di capire come sfruttare a fini terapeutici l'azione genetica svolta dal tetraidrocannabinolo (THC), ma anche da cannabinoidi non psicoattivi come il cannabidiolo (CBD), il cananbigerolo (CBG), e la cannabidivarina (CBV).

In un recente studio pubblicato dal Journal of Biological Chemistry i ricercatori della University of South Carolina, finanziati dal National Institutes of Health (NIH), hanno identificato nei topi un insieme specifico di molecole microRNA (miRNA), che sono state alterate dal THC. Queste molecole svolgono un ruolo di regolazione nei geni e si ritiene contribuiscano all'insorgere di una serie di malattie. Delle 609 differenti miRNA che lo studio ha esaminato, 13 sembravano essere significativamente influenzate da THC, delle quali una (mir-690), che è fortemente legata alle risposte infiammatorie.

Lo studio è stato condotto dai dottori Prakash e MitziNagarkatti, che hanno trascorso più di un decennio ad indagare il ruolo del THC nelle malattie autoimmuni. Secondo il giornale The Statei ricercatori ritengono che l'effetto del THC sulla mir-690 "è particolarmente promettente", concludendo che ulteriori ricerche "potrebbero portare a nuove terapie per malattie infiammatorie e cancro".

Il dottor Mitzi Nagarkatti ha analizzato i risultati dello studio in un'intervista rilasciata a Counsel & Heal, spiegando che: "Mentre il nostro studio identifica il meccanismo molecolare degli effetti di immuno-alterazione della marijuana, la molecola identificata potrebbe servire come importante bersaglio molecolare per manipolare l'attività di MDSC (soppressione delle cellule di derivazione mieloide) nel cancro e nelle malattie infiammatorie".

E in quest'ambito di scoperte anche il nostro Paese sta facendo la sua parte, grazie a diversi ricercatori italiani provenienti da 3 diversi istituti: dal dipartimento di Scienze Biomediche dell'Università di Teramo, dalla fondazione romana Santa Lucia e dal Centro integrato di ricerca dell'Università Campus Biomedico di Roma. Una loro ricerca pubblicata sul British Journal of Pharmacology all'inizio di quest'anno ha ottenuto risultati promettenti con altre tre sostanze non psicoattive della marijuana, CBD, CBG e CBV nel ridurre l'attività genetica dannosa legata ad una varietà di malattie della pelle, tra le quali il cancro.

Il gruppo italiano ha anche concluso che il potenziale terapeutico nella modifica genetica ad opera dei principi attivi della cannabis può "estendersi ben al di là di disturbi della pelle per arrivare a malattie come la sclerosi multipla e altre forme di cancro".

 

26 novembre 2013
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