il futuro della terapia del dolore visto dal farmacista Matteo Mantovani, con una certezza: sarà personalizzato, multimodale e meno farmacocentrico
Il dolore cronico è una delle sfide più complesse della medicina moderna. Colpisce milioni di persone nel mondo, compromettendo la qualità della vita, il sonno, il benessere psicologico e la funzionalità quotidiana. Per anni, i farmaci tradizionali — antinfiammatori, oppioidi, anticonvulsivanti, antidepressivi — sono stati le uniche armi disponibili. Oggi però si parla sempre più di cannabis terapeutica come possibile alternativa. Ma può davvero sostituire i farmaci classici? Oppure è una risorsa complementare? E cosa dice la scienza?
I farmaci tradizionali: efficaci ma non senza limiti
I principali trattamenti per il dolore cronico includono:
- FANS (es. ibuprofene, ketoprofene): utili nelle infiammazioni, ma a lungo termine possono causare danni gastrici, renali e cardiovascolari.
- Oppioidi (es. morfina, ossicodone): efficaci nel dolore acuto e oncologico, ma legati a tolleranza, dipendenza e crisi da sovradosaggio.
- Antidepressivi triciclici e anticonvulsivanti (per dolore neuropatico): utili in alcuni casi, ma spesso associati a sedazione, aumento di peso e effetti neurologici.
Molti pazienti si ritrovano così a dover bilanciare tra un parziale sollievo e una lunga lista di effetti collaterali.
Cannabis terapeutica: un nuovo paradigma?
Negli ultimi due decenni, la cannabis è emersa come potenziale alternativa, grazie all’azione dei cannabinoidi (come THC e CBD) sul sistema endocannabinoide, che regola dolore, infiammazione, umore e sonno.
Cosa dice la letteratura clinica?
- Una review dell’American Academy of Neurology ha mostrato che formulazioni orali di cannabis (come spray oromucosali a base di THC/CBD) possono ridurre il dolore in pazienti con sclerosi multipla e neuropatie.
- Il National Academies of Sciences (USA) ha concluso che ci sono prove sostanziali che la cannabis sia efficace per il trattamento del dolore cronico negli adulti, in particolare dolore neuropatico.
- Alcuni studi clinici randomizzati hanno mostrato una riduzione del dolore del 30-40% con dosi moderate di cannabis, senza effetti psicoattivi rilevanti, in pazienti con fibromialgia, neuropatia diabetica e dolore oncologico.
Cannabis e riduzione dell’uso di farmaci convenzionali
Diversi studi osservazionali e real-world hanno evidenziato che:
- I pazienti che utilizzano cannabis terapeutica tendono a ridurre l’uso di oppioidi, benzodiazepine e antidepressivi.
- Alcuni report suggeriscono una diminuzione del rischio di dipendenza e mortalità in aree dove la cannabis medica è regolamentata.
- In pazienti oncologici o con dolore cronico refrattario, l’introduzione della cannabis ha consentito di diminuire le dosi totali di farmaci, migliorando la tollerabilità del trattamento.
Tuttavia, sono necessari studi più ampi, controllati e standardizzati per confermare questi dati e definire i protocolli ottimali.
Ma è davvero un’alternativa?
Dipende dalla situazione clinica.
- In alcuni casi, come nel dolore neuropatico, fibromialgia o dolore muscoloscheletrico resistente, la cannabis può rappresentare un’opzione valida e più tollerabile.
- In altri contesti, come dolore acuto severo post-operatorio o trauma, i farmaci convenzionali restano la prima scelta.
- Sempre più medici oggi vedono la cannabis non come un “sostituto”, ma come parte di un approccio integrato e personalizzato al dolore, accanto a fisioterapia, nutrizione e terapie farmacologiche selettive.
Vantaggi e criticità della cannabis terapeutica
L’impiego della cannabis terapeutica nella gestione del dolore presenta diversi vantaggi. Innanzitutto, la sua azione non si limita alla sola riduzione del dolore: molti pazienti riferiscono miglioramenti anche sul sonno, sull’umore e sull’ansia, tutti aspetti che spesso si intrecciano con il dolore cronico. Rispetto a molti farmaci tradizionali, il profilo di tollerabilità è spesso migliore, soprattutto in chi ha già sviluppato effetti collaterali da oppioidi, antidepressivi o FANS. Un altro punto di forza è la possibilità di ridurre il dosaggio di altri farmaci, contenendo così il rischio di dipendenza o tossicità cumulativa. Inoltre, esistono diverse formulazioni disponibili — oli, capsule, spray, creme — che consentono un approccio più personalizzato in base al tipo di dolore e alla risposta individuale.
D’altra parte, non mancano le criticità. La prima riguarda la mancanza di standardizzazione tra le formulazioni: concentrazione di THC e CBD, purezza, metodo di estrazione e biodisponibilità possono variare sensibilmente da un prodotto all’altro, rendendo difficile un dosaggio preciso e replicabile. Anche l’accessibilità rappresenta un limite: in molte regioni la prescrizione è ancora poco diffusa, i medici spesso non sono formati, e la normativa resta complessa e disomogenea. Va inoltre considerato che, se non correttamente dosata, la cannabis può causare effetti collaterali — soprattutto sedazione, vertigini, ansia o alterazioni cognitive — seppur generalmente reversibili. Infine, l’assenza di linee guida cliniche solide e condivise rende ancora difficile per molti professionisti inserirla in modo sistematico nei protocolli terapeutici.
In sintesi, la cannabis terapeutica è una risorsa promettente, ma il suo pieno potenziale può emergere solo se utilizzata con attenzione, competenza e in un contesto regolatorio chiaro e aggiornato.
La cannabis terapeutica rappresenta una nuova frontiera nella gestione del dolore, specialmente nei casi cronici e resistenti ai trattamenti standard. Non è una “cura miracolosa”, ma può diventare uno strumento potente, se usato con competenza, dosaggio corretto e sotto controllo medico.
Il futuro della terapia del dolore sarà probabilmente personalizzato, multimodale e meno farmacocentrico. In questo scenario, la cannabis — affiancata alla medicina tradizionale — potrà offrire nuove soluzioni per pazienti che, fino ad oggi, non hanno trovato sollievo.